Cin cin

CIn cin

Mentre tentava di raggiungere l’altro lato della sala, Mike fu bloccato da uno della security. Non si era accorto della sua presenza finché una mano che usciva dal doppio polsino di una camicia bianca e di una giacca nera non gli aveva sbarrato il passo. La sensazione era stata quella di sbattere contro un muro. Il contatto però non era stato violento. Per soverchiare il rumore della sala Mike si avvicinò all’orecchio del buttafuori e chiese dove fosse il bagno. Impassibile, l’uomo alzò una mano su cui correvano vene grandi come lombrichi e indicò la parte opposta.
-Sicuro?, chiese Mike. L’uomo non rispose.
Abbastanza smanioso, Mike si diresse verso il bancone. – Una Capiroska, – disse secco. La barman era una ragazza bionda, un po’ sudata. – Alla fragola?, chiese. Gli aveva letto nel pensiero, alla fragola. Nel momento in cui aveva ordinato semplicemente una Capiroska, si era immaginato il sapore inqualificabile di quel cocktail, in assenza del succo dolce di fragola a coprire tutto. Ma non avrebbe mai rettificato. Ritirato il cocktail, si sedette su un divanetto attiguo. Una donna sulla quarantina, non bella, sedeva vicino a lui. Mike non si accorse della sua presenza. Pensava a quanto accaduto poco prima col buttafuori. Non era affatto soddisfatto. La delicatezza di quell’uomo gli era sembrata fasulla, una sorta di avvertimento. Ma fasullo era stato anche il suo tentativo di familiarizzare, direi quasi di fraternizzare, chiedendo dove fosse il bagno. E Patetico, in qualche modo. Si propose di non fare mai più una cosa del genere. La donna era ancora seduta vicino a lui. La osservò. Doveva avere di quarant’anni, forse meno, non era mai stato bravo a indovinare l’età, il peso, e in rari casi si era sbagliato persino sul sesso delle persone. Provò il desiderio di rivolgerle la parola. – Tu ti annoi più di me eh? -, pensò, ma non disse nulla. La musica alta lo avrebbe costretto a penose manovre, avvicinarsi all’orecchio, gridare. Per tutto il tempo in cui rimase seduto provò un leggero disagio. La possibilità di parlare a quella donna lo distraeva, era una sorta di spazio vuoto da riempire, una fastidiosa asimmetria. Però sapeva anche che la maggior parte delle asimmetrie è meglio lasciarle dove sono. Si diresse verso la pista da ballo. Ripensò ad una conversazione fatta tempo addietro con una sua conoscente. Come stai. Che fai a parte lavorare. Vedi ancora questo e quello. Domandava e domandava. Mike si sottomise all’interrogatorio. Disse che andava spesso in discoteca, ora che era single. – Madonna, in discoteca?, ma ci si va a sedici anni in discoteca! – Ancora adesso il ricordo di quella frase lo umiliava. Non perché fosse la verità – si possono frequentare discoteche a trenta, quaranta e cinquant’anni – ma perché lui stesso, nel momento in cui metteva piede in una discoteca, aveva qualcosa del sedicenne. O del bambino portato per la prima volta al parco. Stordito, abbagliato, e al tempo stesso desideroso di dimostrare qualcosa, fosse anche solo di essere in grado di giocare come tutti gli altri. Attraversando la pista Mike urtò un ragazzo, alto, magrolino, po’ curvo di spalle. In realtà furono i bicchieri ad urtarsi, la Capiroska alla fragola e qualcos’altro – probabilmente un vodka lemon. Una specie di brindisi fortuito. Il tipo osservò Mike un momento, poi tornò a ballare rivolto a un gruppetto di ragazze, a distanza misurata. E misurato era anche il modo in cui si muoveva. Mancava qualcosa perché riuscisse a lasciarsi andare. Forse la musica non gli veniva incontro, forse l’alcol era lento ad entrare in circolo. Sarebbe bastato lo sguardo di una di quelle ragazze, una sola di esse, e si sarebbe scatenato. Invece una di loro si allontanò in direzione del bagno, fece un cenno e le altre la seguirono. Al tipo magrolino era come se fossero state tolte le pile. Il bicchiere di vodka lemon, in mano, era diventato un oggetto ingombrante, grottesco. Come un cero o un libro di preghiere. Mike conosceva bene quella sensazione. La sensazione di aver brindato per qualcun’altro e senza sapere a che cosa, senza riuscire a immaginare nulla per cui ne valesse la pena.

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Vestiti nuovi

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Uno può pensare di fare le cose di nascosto, che la notte magari, quando la voce di Gabriel si estingue e ci sono un certo numero di ore buone, prima che di nuovo Gabriel e di nuovo impossibilità di fare cose. Per Martina anche parlare al telefono è un rischio: Gabriel è in quell’età in cui i bambini ripetono ogni cosa e tutti ridono ma ci sarebbe poco da ridere se Gabriel, se davanti al padre, tra una pappa e una nanna, ben poco da ridere anche se Giovanni se lo merita fino all’ultima goccia. Gabriel ha mangiato, menomale, non tutto perché la pastina, dopo un po’, insomma, Gabriel aveva chiesto altra pastina ma cruda, un piatto colmo di pastina cruda, ci aveva immerso le mani ricercando quello strano piacere che anche Martina da piccola, affondando le mani nei sacchi di legumi in drogheria. Poi all’improvviso l’ha rovesciato in aria, valli a capire i bambini, la pastina ovunque, sotto al divano, nella brocca dell’acqua, un pugnetto buono nel folto dei ricci di Martina che aveva gridato ma come se le forze le venissero meno, la pastina rimaneva lì, stavolta poteva anche rimanere lì perché era troppo e in fondo non se lo meritava, perché il lavoro, perché la casa, perché lei stessa, sempre più cose erano pastina in terra e lei che spazzava da sola. Che male c’era a lasciare Gabriel da nonna Giovanna?, e comunque aveva già deciso perché ne aveva bisogno, proprio come adesso ha bisogno di un bicchiere di bianco. Dopotutto si trattava di una volta a settimana, una volta e basta, due sarebbe stato perfetto ma nonna Giovanna si poteva insospettire e allora meglio limitarsi a una volta a settimana, massimo due, e poi si poteva sempre ricorrere alla signora Maria, che coi bambini è una garanzia e non avrebbe fatto domande. Gabriel ci ha messo un po’ ad addormentarsi (tutta quella pastina rimasta in terra l’aveva innervosito) ma finalmente Martina può tornare allo specchio oblungo; da quando ha smesso di allattare il suo seno la impensierisce, ora che riesce a coprirlo interamente con le mani le sembra di avere un’arma in meno e si domanda quanto possa incidere: ben poco finché il resto tiene – e sembra tenere magnificamente -, e un domani si poteva sempre ricorrere alla chirurgia, una taglia in più, nulla di eccessivo e solo come extrema ratio. Lo specchio potrebbe anche non esserci, o più correttamente ad avere un ruolo è la sua mera presenza: Martina ci è tornata così tante volte che la sua immagine riflessa non le dice più nulla, è lo stesso che sfogarsi con gli amici al telefono: una ripetizione – l’ennesima – di qualcosa che sa già in anticipo, la conferma del suo desiderio di essere Martina senza paura. Lo stesso che il telefono – quello però è un rischio: Gabriel non ascolta, così pare, e poi all’improvviso mamma, mamma stai tranquilla, e lo ripete come se avesse capito ma non può, le frasi di Martina sono piene di accortezza, fanno grandi giri intorno a cose che qualunque adulto capirebbe, ma Gabriel. Eppure a volte un capriccio, un bicchiere di latte fatto cadere – ne era sicura – per dispetto, e nulla le toglie più l’impressione che Gabriel abbia capito tutto, anche e soprattutto di dover tacere, e rabbrividisce al pensiero che la sua pantomima è rivolta ormai solo a se stessa. Che Giovanni lo scopra o meno ormai non le importa più, di Giovanni non le importa più!, ed è questa la rivoluzione più grande, come se un giorno qualunque si fosse aperta la voliera e un colpo l’avesse sbalzata al di là del fitto reticolo che la imprigionava. La libertà, certo, con Gabriel che stride come una corda di violino, quel suo urlo acutissimo perché non è vero che Parco Morelli è chiuso, mamma, non è vero che è chiuso, non è vero. Questo non c’era nel libro di Argov, nella vita invece. Poi bisognava parlare a Giovanni. Prima o poi bisognava. Altro peso. Questa situazione le grava come un tetto di pietra in testa a una cariatide, occorre cambiare al più presto qualcosa e Martina inizia dall’ordine delle maglie garzate nelle pile dell’armadio, i grigi e i neri prima, i ricordi dell’estate poi, segreta alchimia nella disposizione dei colori. Più in basso stanno le scarpe nuove, delle Jeffrey décolleté tacco 12. Martina le estrae dalla scatola e se le infila, non deve uscire ma se le infila lo stesso: pochi centimetri in più e la prospettiva è del tutto diversa, o meglio la prospettiva è quella di sempre perché Martina se le è già sfilate, le ha richiuse nel buio dell’armadio in attesa di un’occasione migliore, per un attimo però – questo l’ha sentito chiaro sulla sua pelle -, il mondo l’aveva sovrastata meno, le aveva fatto meno paura, ed era tanto sapere che all’occorrenza poteva salire di nuovo sulle Jeffrey, che poteva di nuovo guardare il mondo in quel modo.

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L’essenza della vacuità

1

Perché dovevo capire che non c’era niente da fare, due tappetti e via, problema risolto. Su un punto il discorso di Zio Adolfo era chiarissimo: la TV non si poteva spegnere, per cui potevo anche finirla con tutte quelle discussioni e lungaggini.
Domandai a Zio Adolfo perché la TV non si potesse spegnere, lui scosse la testa e disse:
– La TV non si può spegnere.
Poi spiegò:
– Non si può spegnere la TV.
I cugini piccoli piangevano: c’era troppa tensione in casa e i bambini erano i primi a risentirne.
– Di’ cattivo a Michael, – disse zio Adolfo, e mio cugino mi tirò un calcio con le Nike Fusion cobalto nuovo modello, quelle col baffo giallo paglierino. Anche il cane, Brusco, mi ringhiò contro, mostrando interdentalmente spezzoni del pollo che gli avevo dato a pranzo. Ero Accerchiato. All’improvviso il tavolo iniziò a vibrare e ciascuno si aggrappò alla prima cosa che aveva sotto mano, il proprio I-Phone, per vedere se era arrivato un messaggino. In effetti mi era arrivato un SMS. Anche se avevo cancellato il numero, capii subito che proveniva da mio padre, perché era tutto in maiuscolo e le h erano tenute in serbo per il mondo futuro. Mio padre – lo si capiva dalle prime parole – sapeva già chi avesse ragione, chi torto; siccome non volevo rovinarmi la sorpresa cancellai anche l’SMS. Ammiravo mio padre per questa sua capacità: conoscere le cose a distanza. Ma lo ammiro soprattutto perché ci riusciva già vent’anni fa, ben prima dei link su Facebook. Sugli amici, però, s’è sbagliato: m’ha sempre detto che inevitabilmente m’avrebbero abbandonato a uno a uno perché non ero ricco come loro. E invece sono diventato ricco pure io.

2

A una certa ora a nonna Marisa prende di rassettare. É incredibile: prende le mie cose da A e le mette in B. Allora ho pensato di metterle direttamente io in X, cioè nasconderle, e godermi lo spettacolo di lei che le cerca girando la testa destra e a sinistra, come un ventilatore. Io e nonna Marisa abbiamo un patto: i libri non si toccano. Però ogni tanto mi accorgo di piccole ammaccature sulla brossura, allora è chiaro che zio Adolfo, che nonna Marisa – che qualcuno! – ma non dico niente, mi limito a fantasticare sulle trappole con cui proteggerò i libri quando saranno migliaia e migliaia (ora sono centinaia e centinaia), trappole formidabili ma troppo difficili da realizzare, persino per me. E’ così che è nata l’idea delle esche. Avevo saputo che da Mondo Libri vendevano libri simili a quelli veri, e anzi parlandone in chat con diverse ragazze era venuto fuori che erano anche meglio di quelli veri, così un giorno decisi di acquistare un’ultima uscita, appena spuntata sopra una catasta di tomi che aveva fatto da lievito madre. Mondo senza fine. Tornai a casa e mi riferii insistentemente alla cosa come al libro. “Guarda il mio nuovo libro, nonna”,”bel mattone, ‘sto libro, Micol”, “poggio qui il libro, ok?”. Lo mostrai a tutti tranne che a zio Adolfo, che non poteva perdere il contatto visivo con la TV, ma che lo stesso mi disse: – bello, – perchè dopotutto mi attribuiva una certa autorevolezza in materia. Quella sera tornai a casa tardi e trovai l’ascensore rotto. Salii cinque piani a piedi lungo una scala ritorta oppure ero ubriaco. Esausto, mi addormentai subito e feci questo sogno rivelatore: ero immerso nella notte e nel mare aggrappato ad una boa, una rotonda perfetta lucente boa. Volevo mostrarla a tutti ma come, se a perdita d’occhio non si vedeva anima viva?, solo una cosa si vedeva, rotonda, perfetta e lucente: un’altra boa. Ed era così vicina che con due bracciate la raggiunsi. Ebbro di felicità, ora ne vedevo addirittura una terza, più lontana. Mi slanciai nuovamente ma questa volta facevo fatica, mulinavo con le braccia ma avevo fatto male i calcoli e invece di procedere in direzione della terza boa affondavo lentamente. Una forza mi riportava sempre e comunque alla boa vicina, mentre nelle pupille fiammeggiava la boa lontana, sicchè me ne stavo acquattato e proteso, come un gatto pronto al salto. Ero certo che non ci fosse altro, per me, nel mare. A poco a poco mi abituai al buio e a un tratto, come se il brodo in cui ero immerso svelasse il fondo di sè, in una visione acutissima le vidi, impossibilmente lontane ma mie, decine di boe emerse, che punteggiavano il mare. Altre ne emergevano, e altre ancora: una proprio in quel momento, vicino a me, così vicino che era quasi automatico, mentre qualunque sforzo per raggiungere quelle lontane era inutile. Appena udibili, ci furono tre deboli colpi in lontananza. Fu tutt’uno svegliarsi ed essere ferito da una luce abbacinante, mentre zio Adolfo mi toccava piano piano la spalla e mi diceva: – Questo è il libro tuo? – In mano aveva Mondo senza fine.  Quel che ne restava. Perchè dovevo capire che se lascio le cose in giro è naturale che si rovinano. Perchè dovevo capire che se le cose non le tengo da conto poi non mi posso lamentare. Perchè dovevo capire. Alla fine, dato che ero stordito e non dicevo una parola, aggiunse: -Vabbè, te lo lascio qua, – e uscì. Picchiettato di sugo e con la copertina che si curvava all’insù, il finto libro sembrava un’esotica farfalla dall’ala spezzata; doveva essere stata opera dei bambini, e il tutto certamente si era consumato davanti ai genitori, che non li perdevano mai di vista. Guardai l’orologio. Erano le sei del mattino. Non mi rimaneva che alzarmi e riporre il finto libro sulla mensola, così poco discosto da Calvino, da Cortazàr, dalla Munro, che la distinzione era perlopiù nella mia testa, insieme a tutte le altre distinzioni che contano.

3

Fedefrik è la donna della mia vita. Più rileggo le chat e più me ne convinco, e anche dal punto di vista estetico devo dire che la sua foto profilo mi piace molto. Io e lei siamo d’accordo su tutto, per esempio sul fatto che dovremmo vederci, prima o poi, ma siamo così avanti che quella ci sembra più una formalità, un volgare disbrigo di pratiche. Fedefrik è molto meglio di +39 348 826 4377, (che mi ha deluso tantissimo, infatti ho cancellato il suo nome dalla rubrica); in certi momenti la reputo addirittura all’altezza dell’immagine mentale che ho di me stesso, ma forse la sto idealizzando. Io e Fedefrik parliamo spesso di quanto sia brutto il tradimento, di quanto sia bella la sincerità, e di come tutto, tutto si possa risolvere col dialogo. Ormai è da quel lontano Aprile – Aprile, Maggio, Giugno, Luglio – che Fedefrik mi conferma la sua levatura, emoticon dopo emoticon, e io sono perdutamente andato, come un gattino attaccato a un palloncino. Penso che se al primo appuntamento si presentasse senza un braccio per me non cambierebbe nulla, anzi, sarebbe proprio l’occasione per dimostrarle che io a queste cose non ci faccio caso. Ieri però è successa una cosa a dir poco spiacevole: i miei amici al completo mi sono piombati in casa e hanno cercato di mettersi in mezzo – per il mio bene, a detta loro. Prima mi hanno criticato, dicendo che in realtà non so nulla di Fedefrik, che faccio sempre gli stessi errori, che mi innamoro di idee nella mia testa. Poi, visto che recalcitravo, uno di loro malignamente mi ha chiesto: – dov’è Fedefrik, ora, dov’è??! -, e io a quel punto, messo così brutalmente faccia a faccia con la realtà, ho dovuto ammettere che era offline.

Alieni

Fu osservando l’impronta dei miei denti su un torsolo di mela che ebbi il sospetto di non essere umano. Lo buttai immediatamente nel cestino, avendo cura che scivolasse proprio in fondo al sacco, subito sotto i torsoli di nonna Marisa e zio Adolfo, che tanto amano le mele. Era una cautela inutile: a prima vista il torsolo mozzicato da me era identico a quello mozzicato da zio Adolfo; proprio quella somiglianza mi salvava da indagini piú approfondite, un ipotetico ficcanaso doveva arrendersi all’evidenza di un parassita della frutta, uno strano parassita di quelli che gli entomologi non fanno in tempo a classificare. Però se nonna Marisa ciabattava in cucina per buttare una cartaccia mi prendeva l’ansia, ed era anche peggio quando si annoiava e apriva il cestino semplicemente per ammazzare il tempo. In quei casi cercavo immediatamente di attirare l’attenzione accendendo una luce di troppo oppure manifestando un interesse per Maria (la donna delle pulizie) che andasse oltre la semplice pulizia; dovevo inventare di continuo nuovi stratagemmi per distrarla, per esempio le proponevo un nuovo contratto telefonico vantaggiosissimo che però scadeva oggi, o ancora le rivelavo che in quel preciso istante ero diventato ateo, e che non vedevo l’ora di ingozzarmi di maiale. Tutte quelle discussioni erano iniziate per puro pretesto, ma alla fine ci tenevo davvero che nonna Marisa capisse il mio punto di vista su Maria; che capisse i vantaggi dell’Internet flat; o come minimo che Dio non esiste. Nonna Marisa mi diede ragione su tutto, salvo poi aggiungere che la ragione è dei matti, poi disse che era stanca e se ne andò a letto. A ripensarci, torsolo o non torsolo, credo che nonna Marisa avesse già capito tutto, non proprio nei dettagli, certo, ma aveva capito che ero un tipo strano e gli andava bene cosí.