Il matto dell’imbecille

am-dim-latte

Il copione dei miei approcci è grossomodo questo:  individuo squinzie preferibilmente in branchi di due. Arrivo da tergo (così non si preparano psicologicamente a “rimbalzarmi”) e le sorprendo con una battuta. La battuta fa la persona. Una volta ho finto di distribuire volantini, un’altra di voler scroccare una sigaretta, per poi rivelare che io, Tartufo, non fumo;  non so qual è stata la più simpatica, tutte e due secondo me.
La tecnica, prevede, da questo momento in poi, una remissività estrema.  Chiedo “che fate di bello?” e in qualunque caso rispondo “ah, sì anche noi”,  oppure chiedo “ma a voi che musica piace?”, e suggello la risposta qual che sia con un “sì, sì, anche a noi…”, ma svogliatamente, senza ombra di entusiasmo. Mi accaloro invece, ed esprimo tutta la personalità di cui sono capace, per qualunque questione contingente, che non riguardi l’andamento della serata.  Questo atteggiamento ha un sottinteso ben preciso:  è come dire, osserva, le nostre volontà possono aderire, ma come una cosa del tutto naturale, senza che questo generi in me, o nel mio amico, alcuna aspettativa.  Quello che si sta tentando è di sospendere il gioco dei segni, di modo che la successiva mossa, il “vi va di andare a ballare da qualche parte?” possa effettivamente essere accolta come un “vi va di andare a ballare da qualche parte?” e non come un “vi va di stare con noi?”. Vi giuro che funziona .  E in ogni caso, Zelig è veramente un bel film.
Arriviamo in discoteca. Da adesso in poi la squinzia è Ylenia. Io non do nomi a tutte, ma lei se l’è meritato. Di lei mi colpisce il contrasto tra l’aspetto fisico, un autentico cesso, e il sorriso, i modi, le espressioni, da strafiga. Nel buio della sala i suoi occhi dardeggiano e il suo sorriso sembra alimentato da una civetteria infinita e seducente . Mi sento come Pasifae davanti al toro, non so come, ma se pò fa. E ballo, ballo, per un lasso di tempo infinitamente inutile, pensando a quando sarebbe tutto più consono se non avessi le braccia. La musica come il vento e io come un filo d’erba senza volontà.
Sfortunatamente non è così. Scacco matto in tre mosse:
“Mi accompagni a prendere da bere?”, e lei acconsente.
“TI piace il (nome di un cocktail)?”, e lei acconsente.
“Mi regali un sorso?”, e lei acconsente imbarazzata.
Lo so, è una mossa bastarda. Perché non ho mai detto che il cocktail lo sto offrendo a lei, e lo rivelo nel modo più infingardo che si possa concepire. Do una sorsata che deve sembrare non terminare mai. Lei mi osserva in attesa (la tecnica funziona con ragazze di tutte le età, purchè con un ritardo mentale anche lieve). Quando stacco le labbra dalla cannuccia, non le porgo subito il bicchiere, ma lascio che mi osservi sempre più imbarazzata. Fisso il vuoto, dedito a quel rituale che si può descrivere solo come “rimanere qualche secondo in quel nulla nel quale è possibile assaporare una sorsata fino in fondo ”. Finalmente mi rivolgo a lei con un sorriso, le porgo il bicchiere di scatto, come se fino a quel momento non avessi avuto altra premura.  E lei si affretta a bere, sollevata.   A quel punto è in mio potere, ma attenzione, solo temporaneamente , perché si tratta di un tipo di dominazione basato sull’inganno e sulla violenza, un po’ come sganciare un bomba atomica in pieno oceano e poi indulgere nelle strette di mano agli alleati. Morale della favola torniamo a ballare, d’un tratto la spingo contro il muro e la circuisco, la bacio sul collo, sul viso, quando le cerco le labbra lei si sposta senza decisione e continua a sorridere. “TI piaccio?” le chiedo.  “Non lo so, non ti conosco!”. “Questo ti piace, però!” insisto io tornando a baciarla. La storia è tutta qua. Non c’è un seguito. Io lascio sempre le cose a metà, i disegni, i progetti, i sogni, i blog. Non contate troppo su di me.

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