Vita di Ing-Gai-Dai

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Il Mahout arrivò troppo tardi, gettò da un lato il pungolo che non serviva a nulla e con la sua esperienza separò mamma Bibì da Ing-Gai-Dai.
Nessuno si aspettava un attacco al cucciolo e il Mahout chissà dov’era, chissà cosa avrebbe fatto al nostro posto. Bibì si sollevò sulle zampe posteriori (lo vedemmo tutti, non la perdevamo mai di vista) e si abbattè sull’elefantino appena nato.
Io rimasi dietro al recinto: non sarei intervenuto, lo seppi immediatamente. Bibí l’avrebbe calpestato tutte le volte necessarie e io lo accettavo.
Dopo, ma solo dopo, la cosa ci sembrò inevitabile, persino ovvia. Non l’avevamo vista tutti Bibí, con quegli occhi da serpente? Ci parve di capirli allora quegli occhi, fissi e neri come pietre d’onice, solo allora che erano tutt’uno con la massa fumigante che s’abbatteva su Ing-Gai-Dai.
Non tornai più al recinto – anche se pensavo sempre a Bibí – mi dissero che ogni giorno il Mahout le rinnovava la montagna di foraggio e lei la faceva sparire pigramente: era tornata in pace. A noi non rimaneva che abolire per sempre quel nome, Ing-Gai-Dai, più facile senza un nome liberarcene, ancora e ancora come dalla terra sottile che si rideposita mentre dormiamo.

Senza titolo

Lo vidi di sfuggita, perché ormai avevo proseguito, ma sapevo che era lì, tra una “o” e una “I”, a cavalcioni del punto. Fatto sta che avevo letto il moscerino e il senso della frase era cambiato – chi pensava più a Ku-ring-gai, ai suoi truci aborigeni, alla disperazione degli elefanti, a… – Il moscerino era verde e avevo dimenticato tutto il resto. A dispetto della sua debolezza palpabile, nelle moderne architetture delle L delle E delle I si era subito ambientato e sculettava, sissignore sculettava, perfettamente a suo agio. Se un alito di vento lo colpiva, fremeva come un tizzone e separava le ali, pronto ad ogni evenienza. Poi, come ritrovando l’impulso originario, percorreva il lungo e in largo il labirinto d’inchiostro, ignorando sensi vietati e sbarramenti. Era tenero e, per certi versi, ipnotico. Finché sparì, un pulviscolo nel particolato. Non so che fine abbia fatto, e francamente nemmeno mi interessa più.

Why

Un grido allucinante. Un giovane donna si era impigliata tra le rotaie e il tram – come era potuto accadere? – l’aveva ridotta in due tranci. Oppure semplicemente un furto, due ragazzini le avevano strappato una collana d’oro, prezioso ricordo di famiglia, e ora correvano verso il gomito del sentiero, con gli occhi che brillavano più dell’oro.
Il passante che li aveva inseguiti per un tratto sarebbe ora di ritorno, di sicuro a mani vuote, ma con tutto il diritto di consolare la giovane donna.
Il grido è cessato. La via è impegnata piuttosto uniformemente, ma qualche grumo di persone si è coagulato appena fuori dal negozio di oggettistica e arredi, attorno a una donna non poi così giovane, ma neppure tanto in là con gli anni da non sentire posarsi sulla sua testa la mano calda del sole. Nessuno trova straordinario il fatto che pianga: non c’era stato alcun furto né inseguimento ma, peggio, un ragazzo era entrato nel negozio – che non fosse un cliente lo si era capito da subito perché, accolto col più professionale dei sorrisi, aveva l’aria di chi venga scambiato per un’altra persona – e indicando un tagliacarte di legno aveva domandato: -Posso vedere quel coltello? – E prese quel tagliacarte; e ci sparì dietro il divisorio. Il resto lo si poteva ricostruire solo a posteriori.
Un grido allucinante. I più civici tra i passanti erano accorsi e l’avevano trovata in lacrime dietro il divisorio, un corpo era accasciato ai suoi piedi: quando il ragazzo aveva perso conoscenza, il bavero che fino a quel momento s’era premuto contro la gola, era caduto come una pelle morta, rivelando lo squarcio, e quanto sangue aveva già intriso gli indumenti ormai da buttare. Ancora in vita, era stato portato via, ma un terzo del suo sangue in terra testimoniava l’accaduto. – È morto, – disse un tale, che aveva raccolto il tagliacarte e ora mimava il gesto di trafiggersi la gola, – e se non è morto, è solo questione di tempo. – Là fuori, i curiosi arrivavano fino al punto di varcare con la testa l’entrata, non oltre, perciò potevano avanzare ogni tipo di congettura.
Alla donna invece non rimaneva che piangere, nessuno trovò straordinario il fatto che piangesse, come quando è chiaro, tutto chiaro fin nel minimo dettaglio tranne che il perché.

Quei bravi ragazzi

Picture 3Il miglior modo per definire l’attimo fuggente è “il tempo che durano gli stronzi tra i miei amici di Facebook”.

Questo però ha del surreale, vado per rimuovere sto tizio che a 28 anni si crede ancora un bambino prodigio, e mi accorgo che mi ha già rimosso lui. La cosa mi ha irritato mortalmente. I-DI-O-TA! Mi si accolla un’ora in chat nonostante io risponda una parola ogni 10 minuti, mi parla del dovere, dell’essere, del dover essere, tenta di farmi pesare il fatto che mi attraggono sessualmente persone meno alfabetizzate di lui, e quando vede che proprio non è aria mi scrive una roba tipo “sentieri interrotti, torno alla mia vita”. HAHAAHAHHAHAHAHAHAAHH, le comiche! La cosa, dicevo, mi ha irritato mortalmente, ma mi ha anche illuminato su un episodio che mi è successo in terza media. All’epoca, devo essere obiettiva, ero più carina di adesso (potete vedermi nella foto sopra) (Ylenia, puoi scrivere quello che vuoi ma la foto non posso metterla per motivi di privacy, n.d.M.) e avevo moltissimi ragazzi che mi facevano la corte. Una volta ho fatto il colpaccio: mi sono fidanzata con Roberto, che era proprio il ragazzo più bello della scuola! Non lo conoscevo per niente, non avevamo mai parlato (credo ci fossimo fidanzati per telefono). L’unico momento in cui potevo incontrarlo era nei 10 minuti della ricreazione, ma a causa della timidezza il più delle volte mi nascondevo tutto il tempo in bagno a complottare con le amiche. Sennonché una volta me lo ritrovo davanti. Viene verso di me e, non so come, ci baciamo sulle labbra. Non credo di essermi mai sentita così orgogliosa. L’ho salutato e immediatamente sono corsa in classe, sempre scortata dalle amiche che mi indirizzavano occhiate significative e risolini trattenuti. Il giorno dopo l’ho lasciato, sempre per telefono.

Non so se questo sia l’ennesima conferma del fatto che le donne sono irrazionali, fatto sta che per anni mi sono chiesta perché diavolo avessi fatto un gesto simile. Credo di aver finalmente capito il perché. Vicino a lui mi sentivo così insignificante che dubitavo di poter riuscire a trattenerlo anche solo per poco. Lui avrebbe potuto avere chiunque, era solo questione di tempo e mi avrebbe lasciato. Il mio istinto mi suggerì però una via di fuga: lasciandolo, lasciando ciò che non avrei mai potuto avere, al contempo affermavo il mio valore, io ho lasciato Roberto, il più bello della scuola!

Io però avevo 12 anni, pensare che uno che ne ha 28 ha ancora bisogno di queste scorciatoie per autocompiacersi mi fa più pena che altro.

Vi potete immaginare la mia faccia quando mi arriva, nuovamente, la richiesta di amicizia di Michael. Accetto all’istante. Sono troppo curiosa di vedere quali altre aberrazioni produrrà la mia indifferenza sulla sua psiche. Mi arriva questo messaggio: ”Ciao, leggi nonmivieneuntitolo.wordpress.com, ho scritto un articolo su di te. Sarebbe un gioco letterario carino se anche tu scrivessi la tua versione”. Clicco sul link meccanicamente, preda di brutto presentimento. Man mano che leggo mi sale una rabbia incontrollata, una rabbia che mi fa passare la voglia di giocare.