Coincidenze

image

Noemi sta per tatuarsi sul costato, appena sotto al seno, un’ancora, che per lei rappresenta sua madre, il suo ultimo amore e me. Questa cosa mi ha fatto davvero effetto. Da piccolo sono stato protagonista di centinaia di fumetti. Più grandicello di 2 spot televisisi. 8 mesi fa una ragazza mi dedicò una poesia che si intitolava proprio “Mia ancora di salvezza”. Ma mai avrei pensato di finire su un tatuaggio sotto al seno di una minorenne.

Spostamenti di una saponetta

tajmahal
Nella mia vita gli oggetti subiscono una rigida selezione naturale. Se sono ingiusto, a volte, è perché ne va della mia sopravvivenza –sono i miei stessi limiti a suggerirmi a gran voce queste rinunce drastiche e definitive. Ad oggi mi rimangono alcuni libri (non è il caso di ribadirlo) e una saponetta. Ora la saponetta perde la prima pelle, una carta regalo blu, insieme ad una coccarda argento che il caso ha scelto e una commessa vi ha unito macchinalmente; al contempo la carta regalo blu elettrico perde la forma di parallelepipedo smussato, ed è talmente esposta ad ogni stortura che mi sembra più pietoso gettarla via, e nel gettarla via, o forse alla sola idea, sto male. Passano mesi e ancora mi domando dove mettere la saponetta. Se la metto accanto ai libri, come un piccolo libro profumato, subito in cuor mio cerco il cifrario che mi cali nel suo ventre di vaniglia, e questo non va bene. Ma anche altrove è fuori posto, la gente mi chiede – che cos’è? -, e io devo continuare a mentire: – E’ una saponetta. – Non c’è una soluzione immediata, un giorno rimuoverò l’ulteriore carta che l’avvolge, un altro giorno la porterò in doccia, aprirò l’acqua bollente e la vedrò diminuire, la vedrò sparire, questo un giorno vedrò, magari quel giorno è vicino. Nel frattempo, aprendo un cassetto dimenticato, salta fuori di nuovo la carta regalo. E’ ancora una pelle, ma una pelle morta che stavolta getto via, davvero.

Let’s go Away for Awhile

fellini-eight-saragina
I colleghi dicono che mi vedono meglio. È normale: ho messo un cinese fisso a stirarmi le camicie e 2 ragazze recuperate al recupero crediti a massaggiarmi mentre sorseggio vino rosso nella mia nuova garçonnière. Socializzo molto con i moschini nel bagno, alcuni compaiono proprio dal nulla, prendono traiettorie quantistiche e fino all’ultimo momento è impossibile prevedere se mi finiranno in un occhio o in bocca. Il water poi, mi rapisce totalmente. Posso rimanere minuti imbambolato, ricalcando con gli occhi la circonferenza di ceramica, confine di un mondo forse angusto ma privo di pericoli, fintanto che un moschino geloso non reclama il suo attimo di minuscola intimità. La situazione sembra essersi svolta a mio favore, solo un mese fa me ne stavo su una sdraio vecchia e scalcagnata, imbozzolato in un plaid infame, mentre mio zio fuori al balcone aspirava, sfiatava, ciccava sotto il bilico del cielo. A tavola venivo letteralmente attraversato da sibili di parole mozze, che annunciavano la prossima esplosione di risa. Ero così stralunato che avrei potuto darmi una leggera spinta sul piatto che avevo davanti e balzare a piè pari dentro me stesso, ripercorrere eoni come altrettanti segmenti di uno scivolo in cui mi sono ficcato di traverso. La sera uscivo da solo, anche se pioveva forte. In braccio tenevo sempre un libro, e lo accarezzavo di quando in quando con la punta della matita, non senza un certo orgoglio pensando a quanti facevano lo stesso con insulsi gattacci, riponendovi tutta la loro affettività e le loro molli radici. Quando poi rientravo a casa e mi insediavo nel buio con la cautela di un convalescente, spuntava mia nonna,– Scusa ma perché non ti accendi la luce? -, – Quelli come me non hanno bisogno della luce, nonna -, e intanto brancicavo tra le pagine che non vedevo più.

L’addio di Alex

hqdefault

“Non puoi andare avanti così…”. Questa è, in assoluto, la frase che mi è stata ripetuta più volte. Domani, contro ogni aspettativa, compirò trent’anni. Solo che non vedo facce piene di stupore, vedo facce infastidite, recalcitranti, a riprova di quell’antagonismo viscerale che vi squalifica del tutto come interlocutori e mi fa rimporre persino la paghetta settimanale. E tutto perché, senza servirmi della vostra saggezza d’accatto, ho comunque ottenuto il massimo: ho un lavoro invidiabile, che consiste nell’accendere il pc e fare la faccia proattiva; ho amici importanti come Nobuo Uematsu, Benedetto Carucci *, Umberto Eco; e per finire vivo con una donna che ha preso 98 su Metacritic (ciao nonna!). Io sono un intellettuale, e non lo dico io, ma mio cugino piccolo. Per la verità ha detto “intellettualoide”, mentre sputava un bolo che terminò il suo viaggio celestiale sul libro che avevo in mano: Mondo senza fine. Lo stesso libro che più tardi, urtato inavvertitamente da mio zio, cadde in terra, subito calpestato al ritmo di Dabka o di un altro ballo dai vocalizzi affini. Ora è nelle biblioteche del cielo, assieme a tutti quei libri di serie b che non leggo ma che tornano bene per sviare la ferocia distruttiva della mia famiglia, che in natura si dirigerebbe su Canetti o Calvino. Ma sono stanco, stanco di difendermi, stanco di nascondermi da quest’orda di Pikmin in mezzo ai quali ogni 100 anni barbaglia l’evoluzione nella veste di un Pikmin uguale agli altri che però non alza mai la voce e comincia tutte le frasi con “secondo me”, in pratica il Pikmin col fiore. A trent’anni suonati ho capito che non è più tempo di vivere con mia nonna e ho preso la mia decisione: torno da mia madre.

*Carucci mi ha bloccato, comunque era già da un po’ che le nostre conversazioni sul Talmud avevano perso lo smalto di un tempo, era tutto un – ?ננת, ת? – ,- ק דיכי -.

Shabbat shalom

20100824-challah5-silvermoon
E’ Shabbat, si fa il Kiddush e poi subito netilat yadaim, letteralmente “innalzamento delle mani”. Durante il lavaggio le mani vengono innalzate per evitare la sicura contaminatio con gli umori reflui provenienti dagli avambracci appena leccati dal cane. Successivamente il capofamiglia accarezza il cane, divide il pane in piccoli pezzetti, vi sparge sopra un po’ di sale e ne offre ai commensali. Visto che a quanto pare gli altri se ne lavano la mani decido di intervenire io: “scusa zio, ma come ti viene in mente di accarezzare il cane e poi di toccare la roba da mangiare?”, mio zio si nasconde dietro un dito, “guarda che il cane è pulito!”, però sa di averla combinata grossa e per recuperare consensi stacca un altro pezzetto di pane e lo dà al cane, che è tenuto in gran conto, sicuramente più di me e di un cuginetto precocissimo che infatti già odia tutti. Io, comunque, di questo pane non ne mangio.

A day in the life

Pieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Tower_of_Babel_(Vienna)_-_Google_Art_Project_-_edited

6 del mattino. Qualcuno scaraventa qualcosa sul mio letto con una violenza inaudita. Apro gli occhi e lo vedo: è un cassetto. L’ombra di mio zio sta rovistando in quel cassetto al buio, forse per non svegliarmi. Mi tiro un po’ su e lo fisso. Vedo ancora tutto distopico. Mio zio allora pensa bene di mettermi a parte di quei pensieri che un attimo prima mulinavano solo nella sua testa: “è impossibile…”, “ma dove sta…” eccetera. Ben presto inizia a ripetersi.  Alla fine si dà per vinto, esce dalla stanza pian pianino, facendo molta attenzione a non far rumore con la porta, il cassetto lo lascia lì. Un attimo dopo schizza di nuovo in camera come l’uccello di un orologio a cucù, accende la luce, rimette il cassetto nella guida ed esce sbattendo la porta, “tanto ormai eri sveglio”, si giustificherà più tardi. Il resto della mattinata lo passa a pregare, mentre io mi rivolto nel letto. Penso al mio amico, Morris, quando qualcosa non gli andava a genio sembrava sempre che masticasse qualcosa, all’inizio la cosa mi faceva ridere, ora condivido con lui l’amaro boccone metafisico che sono gli altri.

Residenza

39091ec756092c32072a3fecaab64797_b3b0d-http-www-rischiocalcolato-it-wp-content-uploads-2012-08-un_giorno_di_ordinaria_follia-396x300-jpg

Nel 2006 mi cancellarono la residenza causa irreperibilità. A detta di tutti avrei dovuto rifarla al più presto per un semplice motivo: “è importante”. A naso, però, anche rilassarsi è importante, e riesce molto meglio se non ti arrivano le multe a casa, così lasciai correre finché un bel giorno mi accorsi che senza residenza Ing Direct non mi inviava il pin del bancomat di Conto Arancio. Ad onor del vero non posso essere sicuro al 100% che fosse quello il motivo, comunque o era quello o la religione. Mi recai così all’ufficio anagrafico della mia circoscrizione, la tizia allo sportello mi spiegò che sarei dovuto tornare lì con mia nonna e farle confermare che abitavo da lei, niente di più facile!!! (eh eh) Il lieto fine era imminente, quella notte languii come un ragazzo innamorato fantasticando le 4 cifre del mio nuovo pin. Sennonché il giorno dopo mio zio Adolfo, che si trovava precisamente nella posizione di poter dire una frescaccia qualunque, e gratis, convinse mia nonna che farmi fare la residenza a casa sua era un po’ come andare in prigione al Monopoli. Avrebbe automaticamente perso la pensione, la casa e anche tutti gli alberghi!!! L’altro mio zio, Stefano, confermò prontamente tutto (grazie zio). Mia nonna aveva ormai la pulce all’orecchio.  – Scusa, ma perché la residenza non la fai a Santa Marinella? -, mi chiese. E giustamente, aggiungo io, cioè, se veramente non c’era alcun inconveniente, perché nessun altro si era offerto di farmi fare la residenza a casa sua? Eh?!