Vestiti nuovi

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Vestiti nuovi

Uno può pensare di fare le cose di nascosto, che la notte magari, quando la voce di Gabriel si estingue e ci sono un certo numero di ore buone, prima che di nuovo Gabriel e di nuovo impossibilità di fare cose. Per Martina anche parlare al telefono è un rischio: Gabriel è in quell’età in cui i bambini ripetono ogni cosa e tutti ridono ma ci sarebbe poco da ridere se Gabriel, se davanti al padre, tra una pappa e una nanna, ben poco da ridere anche se Giovanni se lo merita fino all’ultima goccia. Gabriel ha mangiato, menomale, non tutto perché la pastina, dopo un po’, insomma, Gabriel aveva chiesto altra pastina ma cruda, un piatto colmo di pastina cruda, ci aveva immerso le mani ricercando quello strano piacere che anche Martina da piccola, affondando le mani nei sacchi di legumi in drogheria. Poi all’improvviso l’ha rovesciato in aria, valli a capire i bambini, la pastina ovunque, sotto al divano, nella brocca dell’acqua, un pugnetto buono nel folto dei ricci di Martina che aveva gridato ma come se le forze le venissero meno, la pastina rimaneva lì, stavolta poteva anche rimanere lì perché era troppo e in fondo non se lo meritava, perché il lavoro, perché la casa, perché lei stessa, sempre più cose erano pastina in terra e lei che spazzava da sola. Che male c’era a lasciare Gabriel da nonna Giovanna?, e comunque aveva già deciso perché ne aveva bisogno, proprio come adesso ha bisogno di un bicchiere di bianco. Dopotutto si trattava di una volta a settimana, una volta e basta, due sarebbe stato perfetto ma nonna Giovanna si poteva insospettire e allora meglio limitarsi a una volta a settimana, massimo due, e poi si poteva sempre ricorrere alla signora Maria, che coi bambini è una garanzia e non avrebbe fatto domande. Gabriel ci ha messo un po’ ad addormentarsi (tutta quella pastina rimasta in terra l’aveva innervosito) ma finalmente Martina può tornare allo specchio oblungo; da quando ha smesso di allattare il suo seno la impensierisce, ora che riesce a coprirlo interamente con le mani le sembra di avere un’arma in meno e si domanda quanto possa incidere: ben poco finché il resto tiene – e sembra tenere magnificamente -, e un domani si poteva sempre ricorrere alla chirurgia, una taglia in più, nulla di eccessivo e solo come extrema ratio. Lo specchio potrebbe anche non esserci, o più correttamente ad avere un ruolo è la sua mera presenza: Martina ci è tornata così tante volte che la sua immagine riflessa non le dice più nulla, è lo stesso che sfogarsi con gli amici al telefono: una ripetizione – l’ennesima – di qualcosa che sa già in anticipo, la conferma del suo desiderio di essere Martina senza paura. Lo stesso che il telefono – quello però è un rischio: Gabriel non ascolta, così pare, e poi all’improvviso mamma, mamma stai tranquilla, e lo ripete come se avesse capito ma non può, le frasi di Martina sono piene di accortezza, fanno grandi giri intorno a cose che qualunque adulto capirebbe, ma Gabriel. Eppure a volte un capriccio, un bicchiere di latte fatto cadere – ne era sicura – per dispetto, e nulla le toglie più l’impressione che Gabriel abbia capito tutto, anche e soprattutto di dover tacere, e rabbrividisce al pensiero che la sua pantomima è rivolta ormai solo a se stessa. Che Giovanni lo scopra o meno ormai non le importa più, di Giovanni non le importa più!, ed è questa la rivoluzione più grande, come se un giorno qualunque si fosse aperta la voliera e un colpo l’avesse sbalzata al di là del fitto reticolo che la imprigionava. La libertà, certo, con Gabriel che stride come una corda di violino, quel suo urlo acutissimo perché non è vero che Parco Morelli è chiuso, mamma, non è vero che è chiuso, non è vero. Questo non c’era nel libro di Argov, nella vita invece. Poi bisognava parlare a Giovanni. Prima o poi bisognava. Altro peso. Questa situazione le grava come un tetto di pietra in testa a una cariatide, occorre cambiare al più presto qualcosa e Martina inizia dall’ordine delle maglie garzate nelle pile dell’armadio, i grigi e i neri prima, i ricordi dell’estate poi, segreta alchimia nella disposizione dei colori. Più in basso stanno le scarpe nuove, delle Jeffrey décolleté tacco 12. Martina le estrae dalla scatola e se le infila, non deve uscire ma se le infila lo stesso: pochi centimetri in più e la prospettiva è del tutto diversa, o meglio la prospettiva è quella di sempre perché Martina se le è già sfilate, le ha richiuse nel buio dell’armadio in attesa di un’occasione migliore, per un attimo però – questo l’ha sentito chiaro sulla sua pelle -, il mondo l’aveva sovrastata meno, le aveva fatto meno paura, ed era tanto sapere che all’occorrenza poteva salire di nuovo sulle Jeffrey, che poteva di nuovo guardare il mondo in quel modo.

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