L’essenza della vacuità

1

Perché dovevo capire che non c’era niente da fare, due tappetti e via, problema risolto. Su un punto il discorso di Zio Adolfo era chiarissimo: la TV non si poteva spegnere, per cui potevo anche finirla con tutte quelle discussioni e lungaggini.
Domandai a Zio Adolfo perché la TV non si potesse spegnere, lui scosse la testa e disse:
– La TV non si può spegnere.
Poi spiegò:
– Non si può spegnere la TV.
I cugini piccoli piangevano: c’era troppa tensione in casa e i bambini erano i primi a risentirne.
– Di’ cattivo a Michael, – disse zio Adolfo, e mio cugino mi tirò un calcio con le Nike Fusion cobalto nuovo modello, quelle col baffo giallo paglierino. Anche il cane, Brusco, mi ringhiò contro, mostrando interdentalmente spezzoni del pollo che gli avevo dato a pranzo. Ero Accerchiato. All’improvviso il tavolo iniziò a vibrare e ciascuno si aggrappò alla prima cosa che aveva sotto mano, il proprio I-Phone, per vedere se era arrivato un messaggino. In effetti mi era arrivato un SMS. Anche se avevo cancellato il numero, capii subito che proveniva da mio padre, perché era tutto in maiuscolo e le h erano tenute in serbo per il mondo futuro. Mio padre – lo si capiva dalle prime parole – sapeva già chi avesse ragione, chi torto; siccome non volevo rovinarmi la sorpresa cancellai anche l’SMS. Ammiravo mio padre per questa sua capacità: conoscere le cose a distanza. Ma lo ammiro soprattutto perché ci riusciva già vent’anni fa, ben prima dei link su Facebook. Sugli amici, però, s’è sbagliato: m’ha sempre detto che inevitabilmente m’avrebbero abbandonato a uno a uno perché non ero ricco come loro. E invece sono diventato ricco pure io.

2

A una certa ora a nonna Marisa prende di rassettare. É incredibile: prende le mie cose da A e le mette in B. Allora ho pensato di metterle direttamente io in X, cioè nasconderle, e godermi lo spettacolo di lei che le cerca girando la testa destra e a sinistra, come un ventilatore. Io e nonna Marisa abbiamo un patto: i libri non si toccano. Però ogni tanto mi accorgo di piccole ammaccature sulla brossura, allora è chiaro che zio Adolfo, che nonna Marisa – che qualcuno! – ma non dico niente, mi limito a fantasticare sulle trappole con cui proteggerò i libri quando saranno migliaia e migliaia (ora sono centinaia e centinaia), trappole formidabili ma troppo difficili da realizzare, persino per me. E’ così che è nata l’idea delle esche. Avevo saputo che da Mondo Libri vendevano libri simili a quelli veri, e anzi parlandone in chat con diverse ragazze era venuto fuori che erano anche meglio di quelli veri, così un giorno decisi di acquistare un’ultima uscita, appena spuntata sopra una catasta di tomi che aveva fatto da lievito madre. Mondo senza fine. Tornai a casa e mi riferii insistentemente alla cosa come al libro. “Guarda il mio nuovo libro, nonna”,”bel mattone, ‘sto libro, Micol”, “poggio qui il libro, ok?”. Lo mostrai a tutti tranne che a zio Adolfo, che non poteva perdere il contatto visivo con la TV, ma che lo stesso mi disse: – bello, – perchè dopotutto mi attribuiva una certa autorevolezza in materia. Quella sera tornai a casa tardi e trovai l’ascensore rotto. Salii cinque piani a piedi lungo una scala ritorta oppure ero ubriaco. Esausto, mi addormentai subito e feci questo sogno rivelatore: ero immerso nella notte e nel mare aggrappato ad una boa, una rotonda perfetta lucente boa. Volevo mostrarla a tutti ma come, se a perdita d’occhio non si vedeva anima viva?, solo una cosa si vedeva, rotonda, perfetta e lucente: un’altra boa. Ed era così vicina che con due bracciate la raggiunsi. Ebbro di felicità, ora ne vedevo addirittura una terza, più lontana. Mi slanciai nuovamente ma questa volta facevo fatica, mulinavo con le braccia ma avevo fatto male i calcoli e invece di procedere in direzione della terza boa affondavo lentamente. Una forza mi riportava sempre e comunque alla boa vicina, mentre nelle pupille fiammeggiava la boa lontana, sicchè me ne stavo acquattato e proteso, come un gatto pronto al salto. Ero certo che non ci fosse altro, per me, nel mare. A poco a poco mi abituai al buio e a un tratto, come se il brodo in cui ero immerso svelasse il fondo di sè, in una visione acutissima le vidi, impossibilmente lontane ma mie, decine di boe emerse, che punteggiavano il mare. Altre ne emergevano, e altre ancora: una proprio in quel momento, vicino a me, così vicino che era quasi automatico, mentre qualunque sforzo per raggiungere quelle lontane era inutile. Appena udibili, ci furono tre deboli colpi in lontananza. Fu tutt’uno svegliarsi ed essere ferito da una luce abbacinante, mentre zio Adolfo mi toccava piano piano la spalla e mi diceva: – Questo è il libro tuo? – In mano aveva Mondo senza fine.  Quel che ne restava. Perchè dovevo capire che se lascio le cose in giro è naturale che si rovinano. Perchè dovevo capire che se le cose non le tengo da conto poi non mi posso lamentare. Perchè dovevo capire. Alla fine, dato che ero stordito e non dicevo una parola, aggiunse: -Vabbè, te lo lascio qua, – e uscì. Picchiettato di sugo e con la copertina che si curvava all’insù, il finto libro sembrava un’esotica farfalla dall’ala spezzata; doveva essere stata opera dei bambini, e il tutto certamente si era consumato davanti ai genitori, che non li perdevano mai di vista. Guardai l’orologio. Erano le sei del mattino. Non mi rimaneva che alzarmi e riporre il finto libro sulla mensola, così poco discosto da Calvino, da Cortazàr, dalla Munro, che la distinzione era perlopiù nella mia testa, insieme a tutte le altre distinzioni che contano.

3

Fedefrik è la donna della mia vita. Più rileggo le chat e più me ne convinco, e anche dal punto di vista estetico devo dire che la sua foto profilo mi piace molto. Io e lei siamo d’accordo su tutto, per esempio sul fatto che dovremmo vederci, prima o poi, ma siamo così avanti che quella ci sembra più una formalità, un volgare disbrigo di pratiche. Fedefrik è molto meglio di +39 348 826 4377, (che mi ha deluso tantissimo, infatti ho cancellato il suo nome dalla rubrica); in certi momenti la reputo addirittura all’altezza dell’immagine mentale che ho di me stesso, ma forse la sto idealizzando. Io e Fedefrik parliamo spesso di quanto sia brutto il tradimento, di quanto sia bella la sincerità, e di come tutto, tutto si possa risolvere col dialogo. Ormai è da quel lontano Aprile – Aprile, Maggio, Giugno, Luglio – che Fedefrik mi conferma la sua levatura, emoticon dopo emoticon, e io sono perdutamente andato, come un gattino attaccato a un palloncino. Penso che se al primo appuntamento si presentasse senza un braccio per me non cambierebbe nulla, anzi, sarebbe proprio l’occasione per dimostrarle che io a queste cose non ci faccio caso. Ieri però è successa una cosa a dir poco spiacevole: i miei amici al completo mi sono piombati in casa e hanno cercato di mettersi in mezzo – per il mio bene, a detta loro. Prima mi hanno criticato, dicendo che in realtà non so nulla di Fedefrik, che faccio sempre gli stessi errori, che mi innamoro di idee nella mia testa. Poi, visto che recalcitravo, uno di loro malignamente mi ha chiesto: – dov’è Fedefrik, ora, dov’è??! -, e io a quel punto, messo così brutalmente faccia a faccia con la realtà, ho dovuto ammettere che era offline.

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