Vita di Ing-Gai-Dai

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Il Mahout arrivò troppo tardi, gettò da un lato il pungolo che non serviva a nulla e con la sua esperienza separò mamma Bibì da Ing-Gai-Dai.
Nessuno si aspettava un attacco al cucciolo e il Mahout chissà dov’era, chissà cosa avrebbe fatto al nostro posto. Bibì si sollevò sulle zampe posteriori (lo vedemmo tutti, non la perdevamo mai di vista) e si abbattè sull’elefantino appena nato.
Io rimasi dietro al recinto: non sarei intervenuto, lo seppi immediatamente. Bibí l’avrebbe calpestato tutte le volte necessarie e io lo accettavo.
Dopo, ma solo dopo, la cosa ci sembrò inevitabile, persino ovvia. Non l’avevamo vista tutti Bibí, con quegli occhi da serpente? Ci parve di capirli allora quegli occhi, fissi e neri come pietre d’onice, solo allora che erano tutt’uno con la massa fumigante che s’abbatteva su Ing-Gai-Dai.
Non tornai più al recinto – anche se pensavo sempre a Bibí – mi dissero che ogni giorno il Mahout le rinnovava la montagna di foraggio e lei la faceva sparire pigramente: era tornata in pace. A noi non rimaneva che abolire per sempre quel nome, Ing-Gai-Dai, più facile senza un nome liberarcene, ancora e ancora come dalla terra sottile che si rideposita mentre dormiamo.

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