Alieni

Fu osservando l’impronta dei miei denti su un torsolo di mela che ebbi il sospetto di non essere umano. Lo buttai immediatamente nel cestino, avendo cura che scivolasse proprio in fondo al sacco, subito sotto i torsoli di nonna Marisa e zio Adolfo, che tanto amano le mele. Era una cautela inutile: a prima vista il torsolo mozzicato da me era identico a quello mozzicato da zio Adolfo; proprio quella somiglianza mi salvava da indagini piú approfondite, un ipotetico ficcanaso doveva arrendersi all’evidenza di un parassita della frutta, uno strano parassita di quelli che gli entomologi non fanno in tempo a classificare. Però se nonna Marisa ciabattava in cucina per buttare una cartaccia mi prendeva l’ansia, ed era anche peggio quando si annoiava e apriva il cestino semplicemente per ammazzare il tempo. In quei casi cercavo immediatamente di attirare l’attenzione accendendo una luce di troppo oppure manifestando un interesse per Maria (la donna delle pulizie) che andasse oltre la semplice pulizia; dovevo inventare di continuo nuovi stratagemmi per distrarla, per esempio le proponevo un nuovo contratto telefonico vantaggiosissimo che però scadeva oggi, o ancora le rivelavo che in quel preciso istante ero diventato ateo, e che non vedevo l’ora di ingozzarmi di maiale. Tutte quelle discussioni erano iniziate per puro pretesto, ma alla fine ci tenevo davvero che nonna Marisa capisse il mio punto di vista su Maria; che capisse i vantaggi dell’Internet flat; o come minimo che Dio non esiste. Nonna Marisa mi diede ragione su tutto, salvo poi aggiungere che la ragione è dei matti, poi disse che era stanca e se ne andò a letto. A ripensarci, torsolo o non torsolo, credo che nonna Marisa avesse già capito tutto, non proprio nei dettagli, certo, ma aveva capito che ero un tipo strano e gli andava bene cosí.

Vita di Ing-Gai-Dai

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Il Mahout arrivò troppo tardi, gettò da un lato il pungolo che non serviva a nulla e con la sua esperienza separò mamma Bibì da Ing-Gai-Dai.
Nessuno si aspettava un attacco al cucciolo e il Mahout chissà dov’era, chissà cosa avrebbe fatto al nostro posto. Bibì si sollevò sulle zampe posteriori (lo vedemmo tutti, non la perdevamo mai di vista) e si abbattè sull’elefantino appena nato.
Io rimasi dietro al recinto: non sarei intervenuto, lo seppi immediatamente. Bibí l’avrebbe calpestato tutte le volte necessarie e io lo accettavo.
Dopo, ma solo dopo, la cosa ci sembrò inevitabile, persino ovvia. Non l’avevamo vista tutti Bibí, con quegli occhi da serpente? Ci parve di capirli allora quegli occhi, fissi e neri come pietre d’onice, solo allora che erano tutt’uno con la massa fumigante che s’abbatteva su Ing-Gai-Dai.
Non tornai più al recinto – anche se pensavo sempre a Bibí – mi dissero che ogni giorno il Mahout le rinnovava la montagna di foraggio e lei la faceva sparire pigramente: era tornata in pace. A noi non rimaneva che abolire per sempre quel nome, Ing-Gai-Dai, più facile senza un nome liberarcene, ancora e ancora come dalla terra sottile che si rideposita mentre dormiamo.

Senza titolo

Lo vidi di sfuggita, perché ormai avevo proseguito, ma sapevo che era lì, tra una “o” e una “I”, a cavalcioni del punto. Fatto sta che avevo letto il moscerino e il senso della frase era cambiato – chi pensava più a Ku-ring-gai, ai suoi truci aborigeni, alla disperazione degli elefanti, a… – Il moscerino era verde e avevo dimenticato tutto il resto. A dispetto della sua debolezza palpabile, nelle moderne architetture delle L delle E delle I si era subito ambientato e sculettava, sissignore sculettava, perfettamente a suo agio. Se un alito di vento lo colpiva, fremeva come un tizzone e separava le ali, pronto ad ogni evenienza. Poi, come ritrovando l’impulso originario, percorreva il lungo e in largo il labirinto d’inchiostro, ignorando sensi vietati e sbarramenti. Era tenero e, per certi versi, ipnotico. Finché sparì, un pulviscolo nel particolato. Non so che fine abbia fatto, e francamente nemmeno mi interessa più.