Let’s go Away for Awhile

fellini-eight-saragina
I colleghi dicono che mi vedono meglio. È normale: ho messo un cinese fisso a stirarmi le camicie e 2 ragazze recuperate al recupero crediti a massaggiarmi mentre sorseggio vino rosso nella mia nuova garçonnière. Socializzo molto con i moschini nel bagno, alcuni compaiono proprio dal nulla, prendono traiettorie quantistiche e fino all’ultimo momento è impossibile prevedere se mi finiranno in un occhio o in bocca. Il water poi, mi rapisce totalmente. Posso rimanere minuti imbambolato, ricalcando con gli occhi la circonferenza di ceramica, confine di un mondo forse angusto ma privo di pericoli, fintanto che un moschino geloso non reclama il suo attimo di minuscola intimità. La situazione sembra essersi svolta a mio favore, solo un mese fa me ne stavo su una sdraio vecchia e scalcagnata, imbozzolato in un plaid infame, mentre mio zio fuori al balcone aspirava, sfiatava, ciccava sotto il bilico del cielo. A tavola venivo letteralmente attraversato da sibili di parole mozze, che annunciavano la prossima esplosione di risa. Ero così stralunato che avrei potuto darmi una leggera spinta sul piatto che avevo davanti e balzare a piè pari dentro me stesso, ripercorrere eoni come altrettanti segmenti di uno scivolo in cui mi sono ficcato di traverso. La sera uscivo da solo, anche se pioveva forte. In braccio tenevo sempre un libro, e lo accarezzavo di quando in quando con la punta della matita, non senza un certo orgoglio pensando a quanti facevano lo stesso con insulsi gattacci, riponendovi tutta la loro affettività e le loro molli radici. Quando poi rientravo a casa e mi insediavo nel buio con la cautela di un convalescente, spuntava mia nonna,– Scusa ma perché non ti accendi la luce? -, – Quelli come me non hanno bisogno della luce, nonna -, e intanto brancicavo tra le pagine che non vedevo più.