L’addio di Alex

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“Non puoi andare avanti così…”. Questa è, in assoluto, la frase che mi è stata ripetuta più volte. Domani, contro ogni aspettativa, compirò trent’anni. Solo che non vedo facce piene di stupore, vedo facce infastidite, recalcitranti, a riprova di quell’antagonismo viscerale che vi squalifica del tutto come interlocutori e mi fa rimporre persino la paghetta settimanale. E tutto perché, senza servirmi della vostra saggezza d’accatto, ho comunque ottenuto il massimo: ho un lavoro invidiabile, che consiste nell’accendere il pc e fare la faccia proattiva; ho amici importanti come Nobuo Uematsu, Benedetto Carucci *, Umberto Eco; e per finire vivo con una donna che ha preso 98 su Metacritic (ciao nonna!). Io sono un intellettuale, e non lo dico io, ma mio cugino piccolo. Per la verità ha detto “intellettualoide”, mentre sputava un bolo che terminò il suo viaggio celestiale sul libro che avevo in mano: Mondo senza fine. Lo stesso libro che più tardi, urtato inavvertitamente da mio zio, cadde in terra, subito calpestato al ritmo di Dabka o di un altro ballo dai vocalizzi affini. Ora è nelle biblioteche del cielo, assieme a tutti quei libri di serie b che non leggo ma che tornano bene per sviare la ferocia distruttiva della mia famiglia, che in natura si dirigerebbe su Canetti o Calvino. Ma sono stanco, stanco di difendermi, stanco di nascondermi da quest’orda di Pikmin in mezzo ai quali ogni 100 anni barbaglia l’evoluzione nella veste di un Pikmin uguale agli altri che però non alza mai la voce e comincia tutte le frasi con “secondo me”, in pratica il Pikmin col fiore. A trent’anni suonati ho capito che non è più tempo di vivere con mia nonna e ho preso la mia decisione: torno da mia madre.

*Carucci mi ha bloccato, comunque era già da un po’ che le nostre conversazioni sul Talmud avevano perso lo smalto di un tempo, era tutto un – ?ננת, ת? – ,- ק דיכי -.

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