La calma dopo la tempesta

taj-mahal-wallpaper-14

Non so spiegare bene come è successo. Ad un certo punto ho sentito che forse non era troppo presto, e che forse non era troppo tardi, e quando queste due percezioni reagiscono tra di loro lo fanno irrevocabilmente: presto o tardi mi sarei dichiarato a Roberta. Naturalmente l’ho fatto nel modo più goffo che si possa concepire, tanto che lei non mancò di farmi notare che il mio successo era dovuto più che altro al suo buon cuore. – Posso darti un consiglio? La prossima volta che devi baciare qualcuno, non chiederlo! -, e io – Si si si si ok ok ho capito -. Imparo in fretta. E’ la mia prerogativa. E poi avevo appena dimostrato che nella vita si può ottenere ciò che si vuole senza il Daimoku e senza credere nella legge dell’attrazione. Le donne vanno semplicemente stupite ogni giorno con una sciarpa diversa. Il giorno dopo all’alba già vagavo per Porta Portese in preda all’agitazione. Ero disoccupato, nel giro di pochi mesi non avrei più potuto provvedere nemmeno alle spese fisse come la palestra e la truffa dello specchietto, e ora dovevo pensare alla casa, al matrimonio, ai bambini, e a come spiegare a mia nonna che in nessun caso lei avrebbe rinunciato a ingozzarsi di maiale. Mi sentivo felicissimo. Per Roberta mi ero preso una cotta spaventosa fin da subito, che mi aveva regalato emozioni paragonabili a quelle avute per Super Mario 64 ma lei in più era in italiano. E quando poi siamo diventati amici e mi sono tranquillizzato, ero sicurissimo che in vita mia non avrei mai più provato nulla di simile. Non era così. Quelle emozioni erano ancora parte di me, aspettavano solo di essere risvegliate, come il delirio di onnipotenza. Nel giro di pochi minuti tutti sapevano la buona nuova. Tutti tranne Mariagrazia, a cui volevo dirlo così <3. Fine dei saldi. La mia principessa è arrivata.

Advertisements

Bye bye

disegnare-l-'immagine-di-un-gatto-bianco-nb19321

La casa dei doganieri. Una volta se volevi conoscermi meglio ti bastava leggere quella poesia. L’incontro con l’altro, mai indolore. La memoria che si fa ricordo. La chiarezza, sempre intempestiva. E l’eterno sospeso per le persone che abbiamo perso. Come se la loro assenza non mettesse in causa la natura che gli attribuiamo, e fosse un problema in fondo risolvibilissimo, di quelli che basta sedersi a un tavolino e armarsi di buona volontà. Ma a un certo punto apri gli occhi e aggiorni i tuoi dati. Getti indietro ogni filo, all’altro capo non c’è nessuno che meriti la tua attenzione. Apri gli occhi e lo sai, chi va e chi resta, senza che te lo debba domandare una vita intera: i miei amici, che mi fanno fare il matto ed evitano che lo diventi davvero, questa sconosciuta dall’accento lievemente connotato che di me si è fatta “un quadro molto positivo”, mia madre, a cui ho detto di avere la dismorfofobia così, per stuzzicarla, per sentirmi rispondere “a Maicolì…” e rubare un minuto di attenzione. I mondi interiori invece sono mondi di solitudine. Non pullulano delle persone che abbiamo amato, se non nelle fiabe venute fuori dalle canzoni di Battisti (gran bel cd comunque). Le persone ci vengono strappate dalla loro stessa natura, non da una qualche assurda fatalità, e si perdonano ciò che non ci perdonerebbero, e che noi stessi non ci perdoneremmo. Questo per dire che non ti perdono. E, qualora te lo stessi domandando, che non sei come me.